Il Palazzo e la sua storia

Perché viene chiamato Palazzo del Diavolo?

La tradizione locale vuole attribuirne il nome ad una vicenda legata alla sua costruzione: più volte nel congiungere i due bracci della balconata che cinge l’intero edificio si sarebbe verificato il crollo dell’angolo malgrado la predisposizione di adeguate puntellature. Quando qualcuno osservò che poteva trattarsi di “opera tu tiaulu”, la decisione di rappresentare su una delle mensole, proprio su quella d’angolo, la maschera del diavolo avrebbe risolto definitivamente la questione. In seguito all’avvenimento, entrò nel credo popolare che il palazzo avesse qualcosa di misterioso. In realtà, è possibile che il nome provenga dalle numerose raffigurazioni di simpatici demoni che si trovano in diversi punti sulle cornici delle finestre e della porta d’ingresso del piano nobile. L’origine di queste raffigurazioni non è chiara, ma ha connotati esoterici e apotropaici (con funzione di protezione da influssi maligni) che ricordano quelli dei castelli di Federico II in Puglia, ma anche di altre costruzioni in diverse zone d’Italia.
 

La nuova vita di Palazzo del Diavolo

Gli sviluppi che in questi ultimi anni hanno riguardato Palazzo del Diavolo, aprendolo a prospettive di una nuova vita, non avrebbero potuto verificarsi senza il contributo di un personaggio particolare: Alberto Scherillo (1946-2010). Geniale visionario di ampie vedute Alberto, negli anni ’90, si è innamorato del Salento e ne ha intuito le grandi potenzialità (la nuova Toscana degli anni 2000!). Durante alcuni soggiorni all’Hotel Costa Brada sulla Baia Verde di Gallipoli, alcuni conoscenti gli proposero di visitare Parabita e, in particolare, il Palazzo del Diavolo. Gli piacque così tanto da deciderne l’acquisto, nel giugno 2001. I suoi progetti di sviluppo territoriale tra cui, in particolare, la realizzazione nel Castello Aragonese di Parabita dell’Accademia della Cucina Mediterranea, suscitarono iniziali, grandi entusiasmi senza riuscire a catalizzare altrettanto impegno imprenditoriale concreto. I desideri di Alberto non si tradussero in realtà e nell’agosto 2008 il cognato Giuseppe Pitotti, decise di acquistare il Palazzo. Successivamente, i coniugi Giuseppe Pitotti e Maria Teresa Scherillo hanno deciso di intraprendere i lavori di restauro col desiderio di aprirlo a un pubblico colto italiano e straniero, curioso, aperto e interessato a vivere non una semplice vacanza, ma un’esperienza d’incontro con una cultura variegata ricca di antiche tradizioni.
 

Il restauro

Realizzato negli anni 2011-2013 dall’impresa “Leopizzi 1750” di Parabita (un’impresa familiare che da dodici generazioni opera nel settore dell’edilizia e del recupero monumentale), il restauro, progettato dall’arch. Corrado Cazzato di Presicce, ha seguito rigorosi criteri filologici e conservativi che hanno mantenuto gli elementi architettonici caratteristici: le volte, i materiali (con l’uso della pietra locale carparo e della pietra leccese), con la conservazione del layout e delle pareti originarie.

Contattaci